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«Il collocamento di un’opera è una definizione critica in atto, equivale all’interpretazione e alla rivelazione di quelli che sono, a nostro giudizio, i suoi valori estetici»
G.C. Argan, 1955
Il collocamento di un’opera è una definizione critica in atto, equivale all’interpretazione e alla rivelazione di quelli che sono, a nostro giudizio, i suoi valori estetici, è un modo di dimostrare e comunicare il nostro giudizio: e come tale compete, senza dubbio, allo storico dell’arte; ma poiché viene manifestato attraverso l’inquadramento architettonico, la sua espressione è compito dell’architetto, che perciò è il collaboratore diretto del direttore del museo.Giulio Carlo Argan, “Problemi di museografia”, Casabella-Continuità, XIX, n.207, 1955
«l’allestimento con le diverse filosofie del mostrare è assunto a “testo”, luogo linguistico in cui l’arte e l’architettura occupano un ruolo reale nella vita sociale»
G. Celant, 2008
Se il contenuto sta nella forma dell’esposizione e la dimostrazione è affidata alla maniera con cui si mostra, il pretendente all’originalità diventa la macchina visuale dell’allestimento. Calcolato come “servizio”, con e su cui costruire una serie di paradigmi che impostino la lettura dell’opera, l’allestimento con le diverse filosofie del mostrare è assunto a “testo”, luogo linguistico in cui l’arte e l’architettura occupano un ruolo reale nella vita sociale. Evidentemente le condizioni della creazione allestitiva non sono affatto identiche né all’arte né all’architettura, vivono di entrambe poiché il metodo espositivo deve, mediante l’organizzazione degli spazi e la composizione dei materiali visuali, fornire uno spettacolo “plastico”. Tuttavia l’articolazione dell’allestimento, elemento motore della messa in mostra, si differenzia, così da rappresentare in sé una forma d’opera moderna, in cui il testo –spaziale e visivo- ha una parte importante. Se ciò è vero, sembra giunto il momento di prenderlo in considerazione dal punto di vista sia scientifico che storico. L’interesse per la sua applicazione non spinge però a imporlo quale unica definizione, quanto a riconoscerlo come terreno di comunicazione e a precisarlo sotto forma di “disciplina del mostrare” Germano Celant, “Artmix”, Feltrinelli, Milano 2008, pag.113







